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COSA MI SERVE PER AVERE IL POLLICE VERDE?

Partendo dal presupposto che nessuno nasce imparato e che ogni momento è buono per apprendere qualcosa sulle piante che coltiviamo, perché non fare un breve prontuario del "pollice verde"?

La maggiore premura che possiamo avere quando coltiviamo è imparare a comunicare con le nostre piantine, reagendo con sensibilità e intelligenza alle loro richieste. Partiamo dall’acqua: la pianta ha bisogno di acqua, ma non deve annegare ne sopravvivere di stenti. Non c’è una regola per l’annaffiatura, perché la sua frequenza dipende da moltissimi fattori tra cui lo stadio di crescita della pianta, le condizioni di umidità e temperatura, il tipo di substrato, eccetera.

Considerate quindi sempre cicli di wet and dry perché l’acqua non deve stagnare (pericolo marciumi radicali e muffe), quindi aspettate che la terra nel vaso sia secca dopodiché innaffiate fino ad avere un po’ d’acqua nel sottovaso. Sensibilità e intelligenza, dicevamo, quindi OSSERVATE la vostra amica, se fa molto caldo il ciclo di wet and dry sarà più breve, se fa meno caldo, più lungo. Non annaffiate come degli ossessi. Osservate. Le piante hanno naturalmente bisogno di luce solare e per milioni di anni si sono adattate a utilizzare i mesi meno freddi per crescere maggiormente: se considerate di piantare un seme, assicuratevi che esso venga piantato all’inizio della bella stagione, da Marzo meteo permettendo, e che vi sia una lunga esposizione al sole; idealmente, tutte le ore di luce possibili in natura.

 

La germinazione è meglio avvenga coi primi tepori primaverili, mentre la fase di crescita può utilizzare appieno il calore del sole estivo. Se semini che è già estate, prendi in considerazione che i semi germinano tra i 20 e i 24 gradi Celsius; meglio farle germinare indoor.

Per piante in coltura intensiva, che hanno quindi una vita molto breve, prendere in considerazione di fertilizzare il terreno è un obbligo.

 

 

Da MyGrass trovi i migliori substrati pre-fertilizzati o tutte le migliori marche del mercato per seguire la tua coltivazione dalla germinazione alla maturità della pianta

 

I substrati perdono entro qualche settimana la loro efficacia, quindi è caldamente consigliata una linea di prodotti per ogni fase della pianta. Non c’è nessuna tabella di fertilizzazione, per quanto precisa e indispensabile, che possa sostituirsi alla pura osservazione: con l’esperienza imparerai a riconoscere i segnali che la tua pianta ti dà per scegliere con esattezza il tipo di nutrienti di cui ha bisogno in quel momento. Ogni pianta è una singola forma di vita irripetibile. Le piante non amano lo stress: trapianti non necessari, cambi del ciclo luce/buio, annaffiature troppo frequenti o scostanti, non aiuteranno la salute della pianta che, garantito, darà frutti meno corposi e sani. Prestate particolare attenzione all’inquinamento luminoso (outdoor: lampioni, indoor: spiragli nell’ambiente di coltivazione) perché le ore di buio devono essere tali.

 

La maggior parte dei semi dovrebbero nascere senza problemi e il rischio è che qualcosa possa andare storto per TROPPA attenzione. Come regola generale, utilizzate il sistema di germinazione che vi ha dato risultati più incoraggianti: squadra che vince, non si cambia!

Dopo aver lasciato reidratare il seme a bagno in un bicchiere d’acqua per 10/12h, potete metterlo nel cotone, nel rockwool, nel jiffy o direttamente nel vaso; non disturbatelo per vedere se sta bene, non toccatelo con le mani, assicuratevi che abbia umidità sufficiente e temperatura, come dicevamo, tra i 20 e i 24 gradi Celsius.

 

Non è necessario che vi sia luce perché i semi germinino, ma solo calore.

 

 

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COME FARE COLTIVAZIONE INDOOR, ECCO LA GUIDA

 

La coltivazione indoor è una pratica ormai diffusa a tutti i livelli, che garantisce ottimi risultati sia in termini di qualità che di quantità di raccolto, permettendo anche a chi non ha un balcone o un orto di sbizzarrirsi con fiori e piante aromatiche. Non tutti però conoscono i segreti per avere raccolti abbondanti e piante in perfetta salute: esplora con noi le tecniche dei professionisti in un viaggio affascinante che ti trasformerà in un grower che "non deve chiedere mai".

MyGrass è lieta di annunciare questo breve prontuario per svelare le differenze fra i principali metodi di coltivazione, i segreti più preziosi per creare e mantenere una coltivazione indoor, una rapida occhiata alle varietà di semi più comuni, alla loro classificazione e alcuni suggerimenti per ottenere il massimo dalla fioritura del tuo raccolto.

 

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APRIRE UN CANAPA SHOP O GROWSHOP: INFO E COSTI

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L'OLIO DI NEEM

Insetti sulle vostre piante? Volete combatterli in modo naturale? Uno dei prodotti più utilizzati per combattere gli insetti è probabilmente l’olio di neem ma spesso non ci dà i risultati sperati e non ci lascia soddisfatti e pensiamo addirittura che non funzioni, ma è veramente così?

 

Che cos’è il neem? Il neem è un albero, nome scientifico Azadirachta indica e appartiene alla famiglia delle Meliaceae.

 

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L'albero di neem

 

È un albero sempreverde a crescita rapida originario dell'India e della Birmania, ma oggi lo si trova in tutta l'Asia tropicale e subtropicale, in Africa, Australia e Sud America. Fin dall’antichità ha suscitato grande interesse perché è sempre privo di parassiti. Questa particolarità è data dal fatto che tutte le sue parti: foglie, fiori, semi, legno, corteccia, rami e ramoscelli contengono diversi principi attivi, anche se la maggior parte è concentrata nei semi, che sono anche ricchi di olio, e da qui il nome olio di neem.

 

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Ramo di neem

 

Questi principi attivi gli conferiscono una difesa chimica interna, rendendolo immune ai parassiti. Quindi cosa è stato fatto? Questi principi attivi sono stati isolati e si è provato ad utilizzarli anche per la difesa delle altre piante! Si è scoperto che l’albero di neem contiene tantissimi principi attivi diversi tra cui: l'azadiractina, la nimbina, la nimbidina, la salanina, il salannolo, la quercetina, la gedunina e possiamo fermarci qui, perché tanto il più utilizzato, il più presente anche all’interno della pianta e quello con la migliore efficacia insetticida è appunto il primo, l’azadiractina.

 

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Neem: principi attivi

 

Questo è un limonoide triterpenoide complesso, con proprietà repellenti, insetticide, ovicide e larvicide e principalmente agisce contro gli insetti in 2 modi:

 

1. Ne scoraggia l’alimentazione

2. Ne regola la crescita

 

Adesso vediamo di capirli meglio.

 

 

Alimentazione

Prima di tutto, come funziona il comportamento alimentare negli insetti? Fondamentalmente gli insetti "annusano" il cibo, hanno una sorta di sistema olfattivo, ci sono dei sensori chimici, ad esempio nell'apparato boccale ma non solo, che sono sensibili allo zucchero (ricordiamo che la linfa delle piante è ricca di zuccheri), e questi sensori trasmettono direttamente al sistema nervoso centrale, all’insetto "viene fame" e mangia la nostra bella piantina.

L'azadiractina inattiva i recettori dello zucchero e stimola invece quelle dell’amaro, ingannando l'insetto a cui passa la fame e pensa che la pianta non sia commestibile. Se questo non dovesse bastare l’azadiractina provoca anche effetti secondari nell'intestino dell'insetto: viene ostacolato il movimento del cibo attraverso l’intestino e viene inibita la produzione di enzimi digestivi, insomma mangia, non riesce a digerire e muore.

 

 

Regolatore di crescita

Come funziona il ciclo vitale degli insetti? Gli insetti fanno l’ecdisi che da definizione, in biologia, è "il processo di perdita e di riformazione dello strato superficiale del tegumento" ovvero fanno la muta, cambiano la pelle come i serpenti e così passano dall’età giovanile all’età adulta.

 

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Ecdisi, l'insetto cambia la muta

 

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Ciclo vitale dell'insetto

 

L’azadiractina è strutturalmente simile agli ormoni degli insetti noti come ecdisoni, che sono appunto gli ormoni responsabili della muta. Quindi l’azadiractina agisce sul sistema endocrino degli insetti bloccando gli ormoni responsabili del controllo della formazione della nuova cuticola, la "pelle" insomma, e questo provoca anomalie nella muta, riduzione e ritardi nella crescita con conseguente aumento della mortalità. In più, interferendo su un equilibrio ormonale, causa anche sterilità sia nei maschi che nelle femmine, che quindi non faranno dei nuovi piccoli insetti affamati.

 

 

Utilizzo e consigli

Ora che abbiamo visto come agisce l’olio di neem, direi che è improbabile liberare le nostre piante dagli insetti dopo un singolo trattamento. L’olio di neem non uccide per contatto gli insetti e non li fa morire immediatamente dopo averlo ingerito. Ha un’azione lenta e di contenimento della popolazione di insetti. Quindi, il nostro consiglio per ottenere i migliori risultati dall’olio di neem è quello di utilizzarlo sulle piante in prevenzione, quando sono ancora senza parassiti e nebulizzarlo frequentemente una volta alla settimana preferibilmente quando le piante sono in ombra, perché come quasi tutti gli insetticidi è fotolabile, ovvero si degrada alla luce del sole.

 

Essendo un insetticida è importante anche utilizzarlo correttamente per rispettare gli insetti utili. Che effetto ha l’olio di neem sugli insetti impollinatori? Siccome il neem ha principalmente un’azione gastrica, piuttosto che per contatto, si può considerare sicuro per gli insetti utili, perché difficilmente lo ingeriranno visto che non si cibano delle piante.

 

Il neem funziona molto bene su moltissimi insetti tra cui: coleotteri (dorifora), rincoti (afidi e psilla), ditteri (minatrici fogliari e mosca dell’olivo), tisanotteri (tripidi) e lepidotteri (nottue), ma non su tutti, perché la tossicità dell’azadiractina viene contrastata da enzimi detossificanti prodotti dagli insetti perché purtroppo anche gli insetti si difendono.

 

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Coleotteri

 

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Rincoti

 

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Ditteri

 

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Tripide

 

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Nottua

 

Funziona molto bene sugli insetti a corpo molle, come gli afidi, e oltre agli insetti ha anche un leggero effetto repellente sugli acari, come il ragnetto rosso, che lo ricordiamo gli acari non sono insetti ma aracnidi, quindi tutta un’altra storia.

 

La versione del neem più conosciuta è quella liquida, sia concentrata che pronta da spruzzare entrambe ottenute dalla spremitura dei semi, ma ci sono dei prodotti più professionali, sempre naturali, estratti dall’albero di neem, dove però viene garantita la concentrazione dell'azadiractina in g/L ed hanno un'efficacia decisamente migliore. In ogni caso è bene intervenire nei primi stadi di sviluppo degli insetti e su popolazioni contenute.

 

Esiste poi anche un neem solido, sotto forma di farina o pellettato da miscelare direttamente al terreno, che oltre ad apportare qualche elemento nutritivo ci aiuterà a tenere lontani i fastidiosi insetti terricoli.

 

Per concludere un piccolo trucchetto: normalmente l’olio di neem viene spruzzato sulle nostre piante, ma in realtà l'azadiractina è molto ben assorbita dalle radici e attraverso lo xilema, il tessuto che trasporta l’acqua dalle radici alle foglie, viene distribuita in tutte le parti verdi della pianta.

 

Quindi il nostro consiglio: fate anche delle irrigazioni con acqua e azadiractina.

 

 

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■ Verdevivo Olio di Neem 500 ml

■ Verdevivo Olio di Neem Spray 750 ml

■ Bioki Olio di Neem 100 ml

■ Vithal Neem soil 2,5 Kg

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COME FARE COLTIVAZIONE INDOOR, ECCO LA GUIDA

 

APPROFONDIMENTO SUI TESSUTI: RADICI E FOGLIE

Ora che abbiamo capito cosa sono le cellule vegetali, possiamo cercare di comprenderne la funzione, almeno nell’ambito di nostro interesse.

 

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Struttura della cellula vegetale

 

Prima di tutto non bisogna pensare alla cellula come ad una singola unità, ma al contrario è la loro aggregazione e interconnessione che permette di sviluppare i tessuti. L’insieme dei tessuti forma gli organi e diversi organi formano un individuo o nel nostro caso una pianta.

 

I tessuti non sono tutti uguali, anche se composti sempre da cellule. Possiamo avere due tipi di tessuti vegetali: i tessuti meristematici, che derivano dal tessuto embrionale, e i tessuti adulti, che non sono presenti nell’embrione, ma solo nelle piante adulte.

 

I meristemi primari sono presenti già nell’embrione, che è la piantina racchiusa nel seme e sono i responsabili della crescita in lunghezza. Il primo è all’apice del fusticino e produrrà generalmente foglie e rami, fino a quando la pianta non passerà allo stadio riproduttivo e darà origine ai fiori. Il secondo è sulla punta della radice e formerà la radice principale e la cuffia radicale.

 

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Approfondimento sui tessuti: meristemi primari

 

Queste cellule meristematiche, come anche quelle embrionali, a seguito dell’elevata divisione a cui vanno incontro, per aumentare di numero così che la pianta possa crescere, iniziano un processo di differenziamento. Spieghiamolo meglio. Le cellule iniziali sono tutte uguali, più precisamente indifferenziate, ma il loro destino non è prestabilito, ma solo in base alla posizione che andranno ad occupare nella pianta si specializzeranno per assolvere al loro compito. Ad esempio le cellule della foglia sono adatte a svolgere la fotosintesi mentre quelle del fusto di un abete fungono da sostegno.

 

Proviamo ad analizzare più nel dettaglio gli organi della pianta che più ci interessano: la radice e la foglia

 

 

Anatomia della radice

 

La radice è un organo che si sviluppa nel terreno ed è praticamente sempre invisibile ai nostri occhi, ma non per questo poco importante. Imparare a conoscerne la struttura e il funzionamento migliorerà sicuramente le nostre coltivazioni.

 

La radice proviene dall’apice radicale d’origine meristematica e la prima che si sviluppa viene chiamata radice primaria o principale. Da questa, col passare del tempo, si svilupperanno numerose radici laterali o secondarie, che a loro volta daranno origine ad altre radici laterali e così via, fino alla formazione dell’apparato radicale. Questa strategia di sviluppo permetterà alla pianta di esplorare la maggiore porzione di terreno possibile, assimilando l’acqua e le sostanze nutritive anche molto lontano da dove è posizionata e allo stesso tempo di ancorarsi saldamente al terreno per resistere a situazioni molto ventose o a carichi produttivi importanti.

Lo sviluppo più comune dell’apparato radicale viene chiamato a fittone, una sorta di piramide rovesciata, in cui la radice principale cresce maggiormente rispetto alle radici laterali sia in lunghezza che in larghezza. In alternativa, si può sviluppare un apparato radicale fascicolato, in cui la radice principale e le laterali si sviluppano uniformemente, tipico delle graminacee.

 

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Fittone Blog MyGrass

Radici fascicolate

 

Principali funzioni dell’apparato radicale:

– assorbimento d’acqua e nutrienti

– ancoraggio al terreno

– sito di accumulo di sostanza di riserva

 

Entrando più nel dettaglio possiamo individuare 3 zone fondamentali della radice: il meristema apicale (apice), la zona di differenziazione e la zona di struttura primaria, tutte caratterizzate da una diversa velocità di crescita e di differenziamento (Figura 3).

 

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Parti della radice

 

Intorno all’apice radicale abbiamo la cosiddetta cuffia, che ha semplicemente la funzione di proteggere la radice vera e propria dall’affetto abrasivo causato dalla penetrazione nel terreno. Semplicemente, man mano che la radice esplora il terreno le cellule esterne vanno incontro ad una rapida degenerazione, formando una sostanza mucillaginosa che riveste le particelle di suolo e ne facilita la penetrazione. Un’altra funzione interessante svolta dalla cuffia, o meglio dalle cellule situate nella sua parte centrale, è quella di percepire la gravita. Queste cellule sono caratterizzate dalla presenza di grossi granuli di amido, detti statoliti, che a causa della forza esercitata dalla gravità, si accumulano nella parte della cellula rivolta verso il basso, guidando la crescita della radice verso quella direzione. Questo fenomeno è conosciuto col nome di crescita geotropica positiva.

 

Sottostante la cuffia troviamo le cellule del meristema apicale che mantengono la caratteristica embrionale di dividersi rapidamente per mitosi, aumentando notevolmente il loro numero e permettendo alla radice di crescere. Man mano che si generano nuove cellule da questa divisione, quelle più "vecchie" rimangono indietro e compongono la zona di differenziazione. Questa è coinvolta nell’accrescimento della radice, ma non più per un aumento del numero cellulare, bensì per l’ingrandimento delle singole cellule. Infatti, il vacuolo contenuto all’interno assorbe molta acqua e di conseguenza spinge sulle pareti cellulari causandone l’allungamento per distensione. Questa zona viene chiamata anche zona liscia, per distinguerla da quella immediatamente superiore detta zona pilifera. I peli emessi da queste cellule non sono quasi mai visibili ad occhio nudo e grazie alle loro piccolissime dimensioni riescono ad esplorare anche i più piccoli interstizi del suolo e recuperare una maggiore quantità d’acqua e sali minerali. Sopra la zona pilifera si ha l’emissione delle radici laterali che fuoriescono dalla radice principale. Sia i peli radicali che le radici laterali costituiscono quella che viene definita zona di struttura primaria, in cui tutte le cellule hanno completato la loro crescita e differenziazione.

 

 

Curiosità

 

Non tutte le radici seguono l’andamento sopra descritto (come si dice: "Il mondo è bello perché vario"), ma subiscono sostanziali modificazioni. Una delle funzioni principali della radice è quella di accumulare sostanze di riserva e in alcune specie questa capacità è talmente sviluppata che le radici si presentano simili a bulbi e tuberi (che in realtà sono invece fusti modificati). Ne sono un esempio la dalia, la peonia e il mughetto.

 

 

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Radici di dalia Blog MyGrass

Radici di peonia Blog MyGrass

Radici di mughetto

 

La differenza con bulbi e tuberi è che ogni radice "tuberiforme", da sola, non ha la capacità di generare una nuova pianta (come facciamo normalmente coi bulbi e le patate) perché queste non presentano nessuna gemma ma portano la vegetazione all’altezza del colletto.

 

Ci sono poi radici definite carnose, che hanno notevole importanza nell’alimentazione umana come la carota, il ravanello e la barbabietola da zucchero. Queste accumulano grandi quantità di carboidrati, zuccheri e vitamine al loro interno aumentando la loro dimensione e consistenza.

 

In alcune radici tuberiformi possono essere accumulate molecole aromatiche conosciute fin dall’antichità per le loro proprietà biologiche come ad esempio il ginseng, i cui estratti possiedono proprietà antiossidanti, toniche e antinvecchiamento, tanto da ricevere l’appellativo di "radice di vita".

 

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Radice di Ginseng

 

 

Un altro esempio è la radice della curcuma, ricca di curcumina, una sostanza gialla che serve da base per la preparazione del curry usato in cucina.

 

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Radice di Curcuma

 

Conoscete tutti le mangrovie? La mangrovia marina è una pianta legnosa che cresce in terreni paludosi o vicino al mare dove subisce l’effetto delle maree o comunque in situazioni di sommersione completa del terreno. Ebbene, questa pianta ha sviluppato delle radici respiratorie, dette pneumatofori. Sono radici che crescono verso l’alto fino ad uscire dal terreno saturo d’acqua e recuperare l’ossigeno dall’aria. L’ossigeno è trattenuto dal tessuto particolare della radice stessa e viene reso disponibile alla pianta quando si trova in un momento di sommersione.

 

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Mangrovia marina

 

 

Anatomia della foglia

 

Le foglie sono sempre presenti in ogni pianta ma spesso tendiamo a considerarle tutte uguali, o comunque molto simili, mentre ognuna ha la sua particolarità. Ci sono infatti delle differenze strutturali, basti pensare alla foglia del basilico rispetto a quella di un pino, ma anche di fillotassi, ovvero di posizionamento sul fusto. Infatti se ad ogni nodo si inserisce una sola foglia abbiamo una fillotassi alternata, se se ne inseriscono due opposta, se ce ne sono più di due verticillata.

 

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Tipi di fillotassi

 

Nonostante tutte queste differenze, le principali funzioni della foglia rimangono la fotosintesi e la traspirazione. La forma della foglia più adatta a svolgere questi compiti è quella laminare, dove la foglia ha una certa larghezza ma è molto sottile, come una lastra o lamina appunto. In questo modo infatti la foglia presenta un elevato rapporto superficie/volume che le permette di effettuare intensi scambi con l’ambiente esterno. Essendo sottile verrà attraversata completamente dalla luce solare, che raggiungerà, anche se con minore intensità, quelle sottostanti. La parte espansa della foglia, detta anche lamina fogliare, permette di distinguere due facce, come una moneta. Avremo la faccia superiore, o adassiale, e la faccia inferiore, o abassiale. In quest’ultima metà sono ben visibili le nervature, che nel loro insieme costituiscono il sistema conduttore della foglia. Normalmente possiamo individuare una nervatura centrale, in rilievo, da cui si diramano le nervature secondarie più piccole che interesseranno la foglia nella sua totalità.

 

Anche se una foglia può sembrare molto sottile in realtà, tra l’epidermide della lamina superiore e quella inferiore è racchiuso il mesofillo, comprendente: l’epidermide fogliare, il parenchima clorofilliano, i fasci conduttori.

 

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Struttura della foglia

 

L’epidermide costituisce lo strato più esterno della foglia, quello a contatto con l’ambiente, con il quale regola tutti gli scambi gassosi. Infatti per la fotosintesi è necessario sia che la pianta assorba anidride carbonica (CO2) dall’esterno, ma anche che abbia la possibilità di espellere l’ossigeno (O2) prodotto in eccesso. Un altro passaggio di gas è dato dalla traspirazione, ossia la perdita di vapore acqueo, che è fondamentale per il trasporto dell’acqua e dei nutrimenti all’interno della pianta. Nonostante le cellule dell’epidermide siano impermeabilizzate, questi scambi sono possibili attraverso le aperture stomatiche (spazio delimitato dalle cellule di guardia che costituiscono gli stomi). Un’altra funzione è quella di permettere il passaggio della radiazione solare agli strati parenchimatici sottostanti, responsabili della fotosintesi. La radiazione solare potrebbe provocare un’eccessiva traspirazione da parte della pianta, ma ciò non avviene perché gli stomi sono normalmente più concentrati nella pagina inferiore rispetto a quella superiore.

 

In ultimo, anche se non certo per importanza, l’epidermide costituisce una sorta di barriera meccanica contro i possibili attacchi di insetti e altri organismi patogeni.

Nella maggior parte delle dicotiledoni, sotto la faccia adassiale della foglia è posizionato il parenchima a palizzata e al di sotto, rivolto verso la faccia abassiale, il parenchima spugnoso. Entrambi costituiscono il parenchima clorofilliano, ma differiscono morfologicamente. Il primo è il principale tessuto fotosintetico, costituito da cellule allungate molto ravvicinate che ricordando una sorta di palizzata, con scarsa presenza di spazi intercellulari. Il secondo ha cellule di forma irregolare, non posizionate secondo uno schema e al microscopio ricorda vagamente una spugna. Essendo posizionato al di sopra degli stomi, questa struttura ricca di spazi intercellulari, permette un rapido scambio delle sostanze gassose che vengono poi indirizzate verso le cellule a palizzata dove avverrà la fotosintesi.

 

Il sistema conduttore della foglia è costituito da nervature che in base al calibro sono divise in nervature maggiori e nervature minori. Le prime attraversano completamente il mesofillo trasportando acqua e nutrimenti assorbiti dalle radici e veicolati dal fusto tramite lo xilema, mentre le seconde trasportano i fotosintati (i prodotti della fotosintesi) tramite il floema.

 

Per concludere possiamo parlare in generale del fusto, ricordando le sue funzioni principali di sostegno e collegamento tra la radice e le foglie. L’acqua e le sostanze nutritive minerali assorbite dalla radice attraversano il fusto trasportate dal sistema conduttore, detto xilema, verso l’apice della pianta in direzione degli organi in accrescimento come foglie e fiori. I prodotti della fotosintesi, invece, sono trasportati da un altro sistema conduttore, il floema, dalla foglia, dove sono prodotti, verso il fusto e da qui verso gli organi in accrescimento.

 

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Xilema e Floema

 

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

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COS'È LA CELLULA VEGETALE

 

Le cellule sono state scoperte solo nel 1664 da Robert Hooke, che osservò al microscopio una sezione di sughero e propose il termine cellula (piccola cella).

 

 

La definizione moderna di cellula è "minima unità biologicamente attiva, delimitata da una membrana selettiva, capace di autoriproduzione anche in assenza di altre cellule".

 

In realtà Hooke non stava osservando una cellula ma quello che rimane di un tessuto morto vegetale: la sua parete, il compartimento esterno alla membrana plasmatica presente in tutte le cellule vegetali.

 

Cellula MyGrass

Disegno di Hooke del sughero osservato al microscopio

 

Le cellule eucariote vegetali sono generalmente più grandi delle cellule animali, ma condividono con esse molti organuli e strutture estremamente simili. Hanno infatti entrambe le membrane (plasmatica, del nucleo e dei perossisomi), i mitocondri, i perossisomi, il nucleo, i ribosomi, il reticolo endoplasmatico, l’apparato del Golgi, i lisosomi e il citoscheletro. In aggiunta le cellule vegetali hanno una parete cellulare cellulosica, i vacuoli e i plastidi.

 

Cellula MyGrass

Cellula eucariotica vegetale

 

Parete cellulare: è costituita principalmente da cellulosa e racchiude la cellula limitandone il volume. Essendo semirigida contribuisce alla struttura della pianta seguendo anche l’aumento di volume delle singole cellule. Ha anche una funzione protettiva, di barriera contro l’ingresso dei patogeni delle piante. Non bisogna pensare però che le cellule siano isolate tra loro, infatti il succo cellulare (il citoplasma) di cellule adiacenti, è in collegamento attraverso dei canali, i plasmodesmi che permettono una distribuzione uniforme di acqua, ioni e altre molecole.

 

Vacuoli: sono una specie di bolla racchiusa da membrane e contenenti soluzioni acquose ricche di molte sostanze disciolte. Hanno diverse funzioni:

strutturale: il vacuolo occupa il 90% del volume cellulare, le sostanze in esso disciolte richiamano acqua per osmosi e fanno gonfiare la cellula che non scoppia perché provvista di parete. Si ottiene così il turgore che permette alla piante di sostenersi.

stoccaggio: i prodotti di scarto o tossici prodotti dalle cellule sono immagazzinati nel vacuolo. In questo modo le piante si proteggono dai loro predatori con sostanze velenose o semplicemente disgustose.

 

Plastidi: vi sono diversi tipi di plastidi con diverse funzioni. I più importanti sono i cloroplasti, contengono il pigmento verde della clorofilla e al loro interno avviene la fotosintesi. Ci sono poi i cromoplasti, che contengono i pigmenti rossi, arancioni e gialli che danno il colore agli organi delle piante come i fiori. Infine i leucoplasti che sono la sede di deposito e immagazzinamento dell’amido.

 

 

Dimensione delle cellule

 

La dimensione delle cellule varia da 0,1 nanometri fino a circa 50 cm, queste ultime sono ovviamente un’eccezione.

 

Perché le cellule sono sempre piccole?

Bisogna partire dalla geometria e introdurre il concetto di superficie relativa. Prenderemo come esempio un cubo.

 

La superficie relativa (SR) è data dal rapporto tra superficie totale del corpo (S) e il suo volume (V), conoscendo il lato (l) per il cubo la superficie si calcola come S=6l² mentre il volume V=l³ quindi:

 

SR= S/V → 6l²/ l³ → 6/l

 

Più il lato aumenta più la superficie relativa diventa piccola e viceversa. Un corpo ha una superficie relativa maggiore se è costituito da tante piccole unità piuttosto che da una sola entità grande, di volume pari alla somma di quelle piccole.

 

Cellula MyGrass

Volume e superficie della cellula

 

Più una cellula è piccola, più ha un rapporto superficie volume elevato, che le permette di ottimizzare gli scambi con l’esterno attraverso la sua superficie sia per immagazzinare nutrienti che per espellere gli scarti. La materia vivente contenuta nelle cellule può mantenersi tale solo se riceve materiali dall’esterno e se si libera dai rifiuti che produce, quindi solo se può effettuare scambi con l’esterno.

 

La quantità di scambi necessaria ad una cellula è proporzionale alla quantità di materia vivente che la costituisce, quindi al suo volume, mentre la quantità di scambi possibile è proporzionale alla superficie di contatto con l’ambiente esterno.

 

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

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COSA SONO LE MICORRIZE E I FUNGHI SIMBIONTI

 

Le radici delle piante superiori possono essere sede di simbiosi con altri organismi, la più comune è ad opera di funghi e prende il nome di micorrizia.

 

Questa associazione mutualistica è di reciproco vantaggio per gli organismi coinvolti: la pianta fornisce ai funghi simbionti i carboidrati prodotti con la fotosintesi, indispensabili al loro metabolismo, ma che essi non sono in grado di sintetizzare; i funghi micorrizici, a loro volta, metabolizzano gli elementi minerali presenti nel suolo e li rendono disponibili alle radici della pianta.

 

 

Le specie conosciute sono circa 150 e sono in grado di colonizzare circa il 95% delle specie vegetali. Colonizzano gran parte delle specie di interesse agrario e forestale: piante erbacee, da frutto, latifoglie e conifere.

 

Le micorrize si suddividono in due grandi gruppi: ectomicorrize ed endomicorrize, in base al tipo di interazione che il fungo realizza con la radice. Nelle ectomicorrize filamenti di cellule del fungo, chiamati ife, formano un rivestimento intorno all’apice radicale e da qui penetrano nei tessuti sottostanti invadendo gli spazi intercellulari, ma non penetrando all’interno delle cellule. Il sistema radicale di una pianta ben colonizzata può essere ricoperto da ife fungine a tal punto che le radici possono non entrare in contatto con il terreno (Figura 1A). Nelle endomicorrize, invece, le ife raggiungono l’endoderma penetrando attraverso le cellule e gli spazi intercellulari del parenchima corticale. All’interno possono formare delle strutture ovidali dette vescicole e delle strutture ramificate dette arbuscoli. Esternamente il mecelio può espandersi fino a qualche centimetro (Figura 1B).

 

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Ectomicorrize e endomicorrize

 

Nel tipo più comune, VAM (micorrize vescicolo-arbuscolari) il fungo, che cresce nel terreno, penetra nelle cellule radicali dove forma strutture ramificate (arbuscoli). È negli arbuscoli che avvengono gli scambi nutrizionali: il fungo assorbe gli elementi nutritivi dal terreno, in particolare il fosforo, il potassio, l’azoto e alcuni microelementi e li cede alla piante per riceverne in cambio linfa elaborata. La formazione di micorrize conferisce alla pianta una maggiore capacità di assorbimento dell’acqua e la protezione dall’attacco di alcuni patogeni radicali. La somma di questi effetti garantisce una crescita migliore delle piante micorrizate.

 

Nelle "micorrizosfera" (ambiente esplorato dall’apparato radicale micorrizato) si creano condizioni particolarmente favorevoli alla vita di numerosi microrganismi utili. Tra questi citiamo gli azotofissatori (rizobi, azotobacter), i PGPR (plant growth promoting rhizobacteria) come ad esempio Pseudomonas, i solubilizzatori dei sali di fosforo (Bacillus megaterium), gli antagonisti dei nematodi (Arthrobotrys) e dei funghi patogeni (Trichoderma). Questi microrganismi svolgono la loro specifica azione che viene messa a disposizione della pianta e sfruttata in modo massivo grazie al grande apparato radicale generato dalle micorrize. Pertanto è evidente che i migliori risultati per le colture si ottengono dall’associazione radici-micorrize-microrganismi utili. L’effetto della micorrizazione è essenzialmente un’enorme moltiplicazione della superficie e del volume radicale (sino a sette volte in più rispetto ad un apparato radicale non micorrizato).

 

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Apparato non micorrizato e apparato micorrizato

 

Lo sviluppo delle micorrize è condizionato dal pH del terreno. L’intervallo ideale di pH è di 6-7,5 per quanto riguarda le micorrize arbuscolari. Gli effetti della micorrizazione sono evidenti dopo 20-30 giorni dall’inoculo.

 

Principali effetti delle micorrize:

– Incremento della capacità di assorbimento dei nutrienti. Ciò è dovuto alla costituzione di un ulteriore apparato di assorbimento per la pianta (rete di ife extraradicali) che possiede una più alta capacità di «sfruttamento» del suolo. Le ife extraradicali, avendo un diametro inferiore a quello delle radici fini, riescono a penetrare in pori di piccole dimensioni; esse si sviluppano anche su maggiori distanze superando eventuali zone povere di nutrienti. Vengono così migliorati gli assorbimenti di tutti gli elementi nutritivi e dell’acqua. In particolare la simbiosi micorrizica favorisce gli assorbimenti di macro (P, N, K, Ca, Mg) e micronutrienti (Cu, Zn, Fe), elementi che vengono trasportati a livello dell’arbuscolo e da questo ceduti alla pianta.

 

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Rete di ife extraradicali

 

– Maggiore resistenza alla siccità e resistenza a livelli di salinità elevati. Le micorrize incrementano anche la tolleranza delle piante a condizioni di limitato stress idrico e salino, come risultato di un incremento della conducibilità idraulica delle radici, di un miglioramento della regolazione degli stomi e del potenziale osmotico cellulare e di una maggiore capacità di estrazione dell’acqua per una più elevata superficie di contatto del sistema ife-radici con le particelle del suolo.

 

– Parziale effetto di barriera meccanica nei confronti di funghi patogeni e alcune specie di nematodi. Infatti è stato osservato che la colonizzazione radicale da parte dei funghi micorrizici arbuscolari determina un cambiamento di natura fisiologica e biochimica nelle cellule dell’apparato radicale. Diversi studi hanno mostrato che la micorrizazione induce un incremento della produzione e dell’accumulo di composti fenolici nelle pareti cellulari delle radici. Ciò determina una maggiore rigidità delle pareti cellulari e una loro minore digeribilità da parte degli enzimi degradativi di alcuni patogeni fungini.

 

Di norma si consiglia l’applicazione di inoculi fungini alla semina o al trapianto al fine di permettere l’instaurarsi del rapporto di simbiosi già nelle prime fasi del ciclo colturale. Nel primo caso l’inoculo può essere mescolato al substrato prima della semina in vaso. Nel secondo caso, al trapianto, l’inoculo va collocato immediatamente sotto la piantina il più vicino possibile all’apparato radicale, in modo tale che il contatto tra l’inoculo e le radici favorisca una rapida micorrizazione. Alcuni formulati polverulenti sono commercializzati per applicazione mediante l’acqua d’irrigazione permettendo di semplificare l’applicazione sulle colture e di effettuare anche successivi richiami in copertura.

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

 

Bibliografia

Rea E., Tullio M., (2001) – Arbuscolar Mycorrhizae: a natural answer to fertilisation need. Recent Res. Devel. Plant Biology, 1:1.

Rea E., Bragaloni M., (1997) – Protagonisti dell’agricoltura sostenibile: i funghi vescicolo-arbuscolari. Bollettino dell’Associazione micologica ed ecologica romana, 41-42; 41-48.

Sansovini S., Costa G., Gucci R., Inglese P., Ramina A., Xiloyannis C., (2012) Arboricoltura Generale. Patron Editore, Bologna, Italy, p. 536.

Whipps J.M. (2004) – Prospect and limitations for mycorrhizas in biocontrol of root pathogens. Canadian Journal of Botany, 82: 1198-1227.

 

 

 

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I SUBSTRATI DI COLTIVAZIONE

 

Il termine substrato di coltivazione è normato dalla legge (Dlgs 217/2006) ed "identifica tutti i prodotti a base di torba e non, a componente singola o costituiti da miscele di materiali diversi". Soprattutto a fini pratici sono chiamati "terricci", con un evidente richiamo ai terreni agricoli, con cui i substrati di coltivazione attuali hanno poco a che vedere.

 

 

Nei substrati torboso-composti vi è la presenza di materiali inorganici (inerti) i quali concorrono, con le loro proprietà, a determinare le caratteristiche fisiche e chimiche ideali per l’uso a cui sono destinati, ovvero la crescita delle piante.

 

Vediamo qualche altra definizione.

 

■ Ammendanti: sono materiali in grado di migliorare le proprietà fisiche, chimiche e biologiche dei suoli (letame, compost di buona qualità, le cortecce e anche le torbe).

■ Torba: la torba è il risultato della parziale decomposizione, in ambiante saturo d’acqua, di diverse specie vegetali, tra cui predominano i muschi (rappresentati in massima parte da sfagni). Presenta un contenuto minimo di sostanza organica pari al 30%.

 

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Sfagno, un tipo di muschio

 

■ Compost: si ottiene tritando più o meno finemente residui organici derivanti dalla raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani, e /o scarti agricoli (sfalci, potature, ecc.). Dopo la macinazione nei cumuli si instaura una fermentazione che produce la formazione di sostanza organica umificata.

Vantaggi: economico, peso specifico maggiore. Svantaggi: Alto contenuto in Na/Cl (Sodio/Cloro), metalli pesanti, scarsa porosità, mancanza di standardizzazione delle proprietà.

■ Argilla espansa: si ottiene scaldando a 700-1000°C noduli di argilla umida. Usata per le piante in idrocoltura.

■ Perlite: sabbia silicea vulcanica riscaldata a 1000°C in modo da farla gonfiare (fino a 20 volte il volume iniziale). Leggera, di diversa granulometria (1,5-2,5mm). Molto utilizzata da sola o in miscuglio con torba o fibra di cocco. A pH molto acidi può cedere alluminio.

■ Lana di roccia: Prodotta per fusione a 1500°C di silicati di alluminio, calcio, magnesio e coke. Disponibile in manufatti (lastre, cubetti) o in forma granulare.

■ Fibra di cocco: deriva dalla lavorazione delle noci di cocco ed è un sottoprodotto dell’industria dell’estrazione della fibra.

Vantaggi: più stabile della torba, è riciclabile ed è una risorsa rinnovabile. Svantaggi: Alto contenuto in Na/Cl (Sodio/Cloro), livello di saturazione della CSC, può sequestrare nutrienti all’inizio. Ritenzione idrica scarsa per la fibra ed il cippato; eccessiva del midollo. Reazione pH intorno al 6-6.5, minore capacità di ristringimento della torba.

■ Pomice: materiale di origine vulcanica. Molto poroso (elevata porosità interna), trattiene poco l'acqua. Impiegata in miscugli con torba bionda e/o bruna. Ha 7 classi di granulometria (da 0-4 a 15-40 mm), in genere si usa 4-7 mm. Ha una CSC bassa. Struttura poco stabile.

■ Zeolite: è un minerale di origine vulcanica con una struttura molecolare estremamente regolare e cava all’interno; aumenta la ritenzione idrica riducendo il numero di irrigazioni. Aumentando lo scambio cationico con rilascio di macroelementi, utile per aumentare la CSC di un substrato.

 

 

Un interessante e completo video riguardo i substrati disponibili, lo puoi trovare sul canale Youtube di MyGrass. Non perderlo!

 

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Proprietà chimico-fisiche

■ pH: indica il grado di acidità o basicità di un substrato, misurando la concentrazione di ioni idrogeno (H+) presenti in soluzione acquosa in cui è disperso il substrato stesso. Può assumere valori compresi tra 0 e 14, più elevata la concentrazione di H+ minore è il pH (acidità) e viceversa (basicità). I substrati per la natura dei costituenti hanno pH che variano da 3, per le torbe di sfagno, a 8 per perlite e argilla espansa. Il pH finale di un substrato quindi, dipende dal tipo di componenti e dalle loro proporzioni. Nel corso del suo impiego il pH di un substrato si modifica drasticamente. È un parametro fondamentale in quanto incide sulla solubilizzazione/insolubilizzazione dei nutrienti. Occorre chiarire che poiché la principale fonte di nutrienti per le piante allevate in contenitore, cioè in vaso, è rappresentata dai concimi aggiunti, il pH non assume lo stesso rilievo, come fattore di regolazione della biodisponibilità (biodisponibilità: presenza dei nutrienti in forma solubile nella soluzione circolante e perciò potenzialmente assorbibili da parte del sistema radicale) dei nutrienti, che ha per i suoli.

 

MyGrass Blog influenza del pH sui nutrienti

Influenza del pH sulla biodisponibilità dei nutrienti nel suolo

 

Ne consegue, che a parte casi di piante particolarmente esigenti, è possibile allevare piante in substrati aventi un ampio range di pH, a condizione però che macro e micronutrienti siano apportati nel giusto dosaggio e in corretto rapporto tra loro.

 

■ Effetto dei fertilizzanti e dell’acqua irrigua

La reazione (pH) dei substrati può cambiare anche notevolmente durante l’impiego, a causa della solubilizzazione e successivo assorbimento radicale dei concimi eventualmente aggiunti ai substrati, delle caratteristiche delle acque di irrigazione e dalla concimazione effettuata durante la coltura. L’azoto è l’elemento che maggiormente influenza il pH e la sua forma chimica è determinante nel modificarlo in una direzione o in quella opposta. In forma nitrica tende ad alcalinizzare il mezzo, in forma ammoniacale, di contro, lo acidifica. Delle modificazioni sono indotte dall’attività radicale, ma rimangono percepibili nella parte di substrato direttamente a contatto con le radici e difficilmente si diffondono in tutto il volume del vaso.

 

■ EC o conducibilità elettrica: la misura della conducibilità elettrica (EC) fornisce una buona stima del contenuto in sali, in quanto gli ioni in soluzione acquosa conducono la corrente elettrica. La loro concentrazione influenza direttamente la componente osmotica del potenziale dell’acqua, fattore dal quale dipende la sua disponibilità per le piante. È questo il motivo del grande interesse che riveste il grado di salinità dei substrati: non tanto per la presenza di sali di per sé, quanto per il loro effetto sull’assorbimento dell’acqua da parte delle radici. Questo porta all'"appassimento fisiologico".

Restando in range di concentrazione tollerato dalle piante, la misura della conducibilità elettrica è un utile indicatore di fertilità del substrato. È noto che le piante recuperano i nutrienti necessari al loro sviluppo quasi esclusivamente dalla soluzione presente nel sistema poroso dei substrati, che è rifornita in seguito alla cessione di sali da parte dei materiali, alla solubilizzazione dei concimi a rilascio controllato e all’apporto diretto di sali con l’acqua irrigua. I fattori di output sono invece il dilavamento e soprattutto l’assorbimento vegetale. Detto questo si evince come la conducibilità elettrica sia un parametro che varia nel tempo e nello spazio (diversi valori a diverse profondità del vaso).

 

■ Capacità di scambio cationico (CSC) e potere tampone

Stima della quantità di cationi (ioni con carica positiva) che neutralizzano la carica elettronegativa dei colloidi del suolo. La carica negativa è conferita da argille e sostanze umiche.

I cationi che neutralizzano la carica elettronegativa dei colloidi sono: Ca++ (70-80%), Mg++ (10-15%), K+ (2-5%) e Na+ (<1%).

I cationi assorbiti sul complesso di scambio sono in equilibrio dinamico con quelli presenti nella soluzione circolante del suolo.

 

CSC: bassa (<10) media (10-20) alta (>20).

 

I substrati come i suoli hanno superfici dotate di carica elettrica negativa, che induce un addensamento di ioni di carica opposta intorno alle superfici, con conseguente riduzione della loro mobilità. Si dispongono ioni calcio, magnesio e potassio che vengono in tal modo preservati da un possibile allontanamento con l’acqua di dilavamento. La quantità di ioni suscettibili ad essere trattenuti o assorbiti con questo meccanismo è detta CSC. Il termine scambio sta a significare la possibilità che hanno gli ioni assorbiti di essere scambiati con altri ioni aventi carica dello stesso segno e così rendersi disponibili all’assorbimento radicale.

 

MyGrass Blog scambio cationico

Capacità di scambio cationico

 

Nei substrati i materiali più ricchi di cariche superficiali sono le torbe e alcuni componenti inorganici come zeoliti e vermiculiti (le torbe hanno cariche pH dipendenti --> CSC ha valori maggiori all’aumentare del pH e per la densità delle cariche superficiali assorbono preferibilmente ioni bivalenti come Ca++ e Mg++ mentre le argille che hanno una carica più distribuita assorbono preferibilmente ioni monovalenti). Nei substrati la CSC è praticamente inesistente, per questo motivo il fosfato non viene trattenuto. Nei suoli, infatti, tende a immobilizzarsi, mentre nei substrati mantiene la sua mobilità. Un substrato con una buona CSC è da preferire ma è un parametro che non bisogna sopravvalutare soprattutto quando si lavora con concimi a cessione controllata. Queste cariche negative tendono ad adsorbire anche gli ioni H+, impedendo veloci diminuzioni in seguito all’acidità indotta dai fertilizzanti o dall’attività radicale.

 

 

Proprietà fisiche e idrologiche

■ Granulometria: con il termine granulometria (tessitura) si intende la distribuzione dimensionale delle particelle solide, mentre per struttura si intende l’attitudine delle particelle ad aggregarsi tra loro per formare particelle a dimensione maggiore: entrambe queste caratteristiche fisiche concorrono a determinare la porosità totale, la sua distribuzione in micro-macropori e di conseguenza la quota occupabile dall’aria e dell’acqua d’irrigazione nelle diverse condizioni idriche. In un substrato di coltivazione, a differenza di un suolo, l’attitudine delle particelle ad aggregarsi è un fenomeno secondario, pertanto la porosità è più strettamente legata alla sola granulometria. I substrati di coltivazione sono composti da diverse miscele di materiali caratterizzati dalle forme più diverse, ciascuna delle quali con una propria ripartizione dimensionale delle particelle, la cui reciproca distribuzione spaziale e relazione influenza la porosità.

 

MyGrass Blog disposizione delle particelle

Disposizione delle particelle

 

In un substrato le particelle più piccole si interpongono negli spazi lasciati liberi da quelle più grandi. Le capacità per l’aria e per l’acqua hanno tra loro una relazione complementare che è in stretto rapporto con la granulometria: al crescere della dimensione delle particelle diminuisce la capacità per l’acqua e aumenta quella per l’aria e viceversa. La capacità per l’acqua delle torbe, e in generale dei materiali organici, è condizionata principalmente dalle particelle aventi dimensione inferiore a 1mm.

 

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Dimensione delle particelle

 

La fibra di cocco invece, a parità di distribuzione granulometrica, ha una maggiore capacità per l’aria e una minore per l’acqua facilmente disponibile. Questo è dovuto alla microstruttura della fibra di cocco le cui particelle possiedono, a parità di dimensione, una porosità superficiale relativa superiore rispetto alla torba, che invece possiede una porosità interna superiore. È un parametro mai riportato in etichetta ma è molto utile per dare una prima sintetica informazione circa l’utilizzo più appropriato (specie coltivata, sistema di coltivazione, ecc).

 

■ Porosità totale: la porosità e l’equilibrata distribuzione delle dimensioni delle cavità che la costituiscono, sono le caratteristiche fisiche più importanti di un substrato, in quanto influenzano tutti gli aspetti della crescita delle piante in contenitore. Una porosità che garantisca alle radici scambi gassosi adeguati si riflette su un ottimale assorbimento d’acqua e nutrienti. La porosità totale è la differenza tra il volume del substrato e il volume occupato dalla materia solida, corrisponde quindi al volume che può essere occupato da aria o acqua. La porosità totale, dal punto di vista funzionale, viene suddivisa in porosità per l’aria e porosità per l’acqua.

 

MyGrass Blog porosità totale

Porosità totale

 

In relazione alle dimensioni delle cavità che la costituiscono, nella porosità si distinguono macropori e micropori, questi ultimi responsabili del trattenimento dell’acqua per fenomeni legati alla capillarità dopo l’allontanamento per drenaggio dell’acqua libera o gravitazionale. Nei substrati i macropori, pori con diametro superiore ai 300 µm, sono normalmente occupati dall’aria e risultano cruciali per gli scambi di O2 e CO2, i pori con diametro 60 – 300 µm trattengono l’acqua facilmente disponibile mentre quella contenuta nelle cavità 30 – 60 µm costituisce la frazione più fortemente trattenuta (o acqua di riserva), infine nei pori con dimensione compresa tra 0,2 – 30 µm è presente la quota di acqua indisponibile per le piante.

 

MyGrass Blog micro e macropori

Micro e macropori

 

Molti materiali sono caratterizzati da porosità interna che può essere considerevole (torba, vermiculite, cortecce di pino, fibra di cocco) o pressoché assente (sabbia); la porosità totale è quindi costituita da porosità interparticellare (gli spazi tra le particelle) e da porosità intraparticellare data dagli spazi interni.

 

I substrati di coltivazione devono possedere una porosità molto più elevata rispetto a quella di un terreno agrario.

 

Torba bionda >95% porosità, torba bruna 92-95% porosità, torba umificata <92% di porosità.

 

Ora vediamo di rendere tutte queste nozioni utili nella pratica: perché scambi gassosi, conduttività idraulica e capacità di ritenzione idrica siano adeguati, è necessaria un’equilibrata distribuzione di macropori e micropori in funzione anche dell’altezza del contenitore. In serra, con le frequenti irrigazioni, molta porosità viene occupata dall’acqua. Questo riduce la diffusione dei gas e può condurre a insufficiente areazione, per questo motivo la capacità per l’aria è una caratteristica di rilevanza particolare, poiché l’apporto idrico può essere più facilmente modulabile attraverso la frequenza delle irrigazioni. Un’importante caratteristica della porosità di un substrato posto in contenitore è legata alla sua stabilità nel tempo.

Variazioni della porosità totale e della ripartizione, nel corso della coltivazione, sono dovuti a numerosi fattori: la crescita delle radici che crescendo occupano i pori, la decomposizione della sostanza organica che induce fenomeni di restringimento e riduzione granulometrica, la riduzione di dimensione delle particelle, per frantumazione di materiali fragili come la perlite, la migrazione nel contenitore delle particelle più fini verso il basso in seguito all’irrigazione. Per questi motivi, per coltivazioni che durano per lunghi periodi, è meglio utilizzare materiali che prediligano la porosità dell’aria.

 

■ Curva di ritenzione idrica: la tensione con cui l’acqua è trattenuta da un solido poroso e che rappresenta la forza che deve essere esercitata dalle radici per assorbire acqua dal mezzo di crescita, viene definita potenziale idrico ed esprime il lavoro necessario per estrarre una quantità unitaria di acqua trattenuta dal sistema.

 

Il potenziale idrico totale è dato dalla somma di 3 componenti:

• Potenziale matriciale (connesso ai fenomeni di adesione, coesione e capillarità che si determinano a livello della microporosità 30-50µm)

• Potenziale gravitazionale (dovuto alla forza di gravità)

• Potenziale osmotico (legato alla concentrazione di soluti nel mezzo liquido).

 

Nei substrati di coltivazione, poiché le acque d’irrigazione e fertirrigazione hanno bassi valori di salinità, il potenziale osmotico viene considerato ininfluente. L’acqua libera pura ha potenziale idrico pari a 0 e quindi il potenziale idrico del substrato sarà negativo, più asciutto sarà il substrato più negativo sarà il potenziale idrico e tanto maggiore sarà la forza di suzione necessaria alle radici per estrarre l’acqua. Le relazioni che si instaurano tra acqua e substrato vengono tipicamente descritte attraverso una curva di ritenzione idrica nella quale vengono rappresentate le quantità di acqua trattenute alle diverse tensioni, espresse come percentuali del volume apparente secco.

 

All’aumentare della tensione il volume d’acqua diminuisce mentre aumenta quello gassoso.

 

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Curva di ritenzione idrica

 

BD: dal punto di vista agronomico rappresenta il volume d’acqua facilmente assorbibile dalle radici.

DF: volume d’acqua di riserva, definisce la capacità del substrato di contenere lo stress idrico.

BF: acqua disponibile, per le esigenze delle piante.

CA: capacità per l’aria, è importante perché se troppo basso si rischia asfissia radicale.

 

Ciascun substrato e ogni materiale che entra nella composizione di un mezzo di coltivazione possiede una propria curva di ritenzione idrica.

 

Valori ottimali per un substrato di coltivazione:

• Porosità totale: 60-85%

• Capacità per l’aria: 10-30%

• Acqua disponibile: 45-65%

• Acqua non disponibile: 25-35%.

 

 

Rapporti acqua/aria/substrato

Quando si considerano i rapporti tra substrato/aria/acqua non bisogna dimenticare che questi sono influenzati dal fatto che avvengono in un contenitore. In campo infatti, l’acqua apportata in superficie si muove in risposta alla pressione gravitazionale, che la spinge verso il basso, e a quella matriciale (determinata dalle caratteristiche delle particelle solide e dalla forma e dimensione dei pori tra le particelle) che tende ad attrarla e trattenerla.

 

In campo, poiché la pressione matriciale è maggiore nelle zone più asciutte collocate in profondità, l’acqua prosegue il suo movimento verso il basso richiamata da condizioni di maggiore secchezza. Quando il movimento verso il basso rallenta, tanto da non essere più facilmente percepito in superficie, si considera raggiunta nel suolo la capacità di campo.

In contenitore la situazione è differente: quando l’irrigazione viene interrotta al raggiungimento della saturazione, la forza di gravità continua ad agire sull’acqua forzandola verso il basso cosicché l’acqua abbandona i macropori superficiali, saturando il fondo del vaso, al di sotto del quale non c’è altro substrato che la richiami più in profondità come accade in campo. In contenitore la pressione matriciale esercitata dalle particelle del substrato e dalla microporosità determina il fenomeno della risalita capillare, che può essere espressa come una colonna d’acqua che può essere trattenuta contro la gravità dal substrato e la cui altezza è legata strettamente alla dimensione dei pori (più sono piccoli più la colonna è alta). Fino a che l’altezza della colonna di acqua applicata con l’irrigazione è maggiore dell’altezza dell’acqua che il substrato può trattenere, l’acqua continuerà a drenare dal contenitore. Quando, terminata l’irrigazione, la forza di gravità che spinge l’acqua verso il basso viene esattamente bilanciata dalla risalita capillare del substrato, l’acqua smetterà di gocciolare e il substrato avrà raggiunto la capacità di contenitore, corrispondente alla capacità massima di acqua che il substrato può trattenere nel vaso. Poiché la risalita capillare è determinata dalla dimensione dei pori e quindi dalla dimensione e forma delle particelle, queste caratteristiche hanno un profondo effetto sia sulla quantità totale che sulla distribuzione dell’acqua e dell’aria nel substrato di coltivazione.

 

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Rapporti acqua/aria/substrato

 

Alla capacità di contenitore c’è una zona sul fondo del vaso, equivalente all’altezza della risalita capillare, nella quale i pori sono saturi d’acqua. In substrati a granulometria grossolana la zona di saturazione è piuttosto sottile, mentre in substrati molto fini la zona di saturazione può raggiungere uno spessore notevole (5a), l’altezza del vaso non influenza l’altezza della zona di saturazione (5b), però ad altezze diverse del contenitore corrispondono quantità diverse della zona di substrato drenata al di sopra della fascia di risalita capillare.

 

In questo senso substrati a granulometria fine sono più adatti per vasi alti, mentre con vasi bassi si rischiano pericoli di eccessi di umidità.

 

Infatti, poiché le radici hanno bisogno sia di ossigeno che di acqua, una zona di saturazione troppo ampia può causare gravi danni fino alla morte dell’apparato radicale. Si crede erroneamente che ponendo materiale grossolano sul fondo dei vasi il drenaggio venga migliorato: in realtà, poiché come visto lo spessore della zona di saturazione dipende solo dalla porosità del substrato, uno strato di materiale grossolano non solo non favorirà il drenaggio, ma al contrario determinerà in pratica una riduzione della profondità del contenitore pari al suo spessore (5c).

 

In conclusione: i rapporti aria/acqua nel sistema substrato/contenitore dipendono innanzitutto dalle caratteristiche idrologiche del substrato, a loro volta funzione soprattutto delle dimensioni delle particelle che lo costituiscono (al diminuire della granulometria la capacità di ritenzione idrica aumenta così come la risalita capillare), ma anche dalla dimensione (altezza) del contenitore al cui crescere corrisponde un aumento del volume del substrato in cui la macroporosità è occupata dall’aria. In generale quindi a parità di substrato, minore è l’altezza, maggiore è il rapporto acqua/aria e viceversa, come l’esempio classico della spugna.

 

Esempio della spugna

Esempio della spugna

 

Ipotizziamo che una spugna di 5x10x20cm (1000ml) abbia una porosità pari all’80% del volume e che quindi immersa in acqua possa contenere 800ml di liquido; appoggiata di piatto (h=5cm) su un piano, parte dell’acqua drena riducendo il volume occupato al 76% (760ml) a favore dell’aria 40ml (corrispondenti al 4%), ruotando la spugna in modo che il lato verticale sia quello di 10cm, si avrà un nuovo drenaggio di acqua che ora occupa il 65% del volume (650ml) mentre l’aria il 15% (150ml); se ora poniamo in verticale il lato da 20cm si avrà una nuova perdita d’ acqua che ora occuperà il 34% del volume (340ml) mentre l’aria sarà presente per il restante 46% (460cc): in tutti e tre i casi l’altezza della zona di saturazione alla base della spugna è rimasta invariata, come accade ad un medesimo substrato posto in vasi di differenti altezze dove il rapporto aria/acqua aumenta con il crescere dell’altezza del contenitore.

 

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

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L'HUMUS

 

Humus, humus di lombrico, acidi umici e acidi fulvici… stiamo parlando della stessa cosa o no?

 

Sempre di più si parla di ammendanti del terreno, in particolare di humus, il più conosciuto è quello di lombrico, ma si parla anche di acidi umici e acidi fulvici; vediamo di capire cosa sono, quali sono le loro proprietà e come si usano.

 

In realtà è difficile definire l’humus perché come si vede dall’immagine è una sostanza molto complessa e ancora oggi oggetto di studio.

 

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Struttura chimica dell'humus

 

 

In ogni caso l’humus è un componente chimico del terreno, omogeneo e di colore bruno e deriva dalla degradazione e rielaborazione della sostanza organica presente nel terreno e ne rappresenta la parte più attiva, sia a livello fisico che chimico.

 

Come si può vedere dall’immagine, l’humus è rappresentato dalla lettera A, è quindi un orizzonte superficiale costituito sia dalla componente minerale (le rocce da cui si è formato il suolo) che organica.

 

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Orizzonti pedologici

 

Quest’ultima deriva appunto dalla decomposizione sia del materiale vegetale che animale ad opera di microrganismi, vermi e altri piccoli animali del suolo. Non essendo troppo in profondità è un orizzonte che viene intensamente alterato e rimescolato da radici e pedofauna.

 

Ma quindi l’humus e la sostanza organica del suolo sono la stessa cosa?

 

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Componenti sostanza organica

 

La domanda è lecita ma come possiamo vedere dal grafico qua sopra, la sostanza organica è costituita in minima parte dai residui freschi (sia animali che vegetali) e dai microrganismi e piccoli animali del suolo. I due componenti principali della sostanza organica sono il materiale ancora in via di degradazione e il materiale che ormai è stato completamente degradato e rielaborato e che viene quindi definito stabile, che è appunto l’humus.

 

 

Sul nostro canale Youtube è disponibile un video molto completo che aiuta a capire meglio la natura di questo ammendante indispensabile. Corri a vederlo!

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Ma come si forma l’humus? Per capirlo dobbiamo sapere cosa succede normalmente alla sostanza organica nel terreno. Questa va incontro fondamentalmente a 2 processi:

 

1) Prima scomposizione determinata da animali di piccole dimensioni (invertebrati e piccoli vertebrati) che modificano le strutture complessa, come la cellulosa, in sostanze più semplici.

2) Poi vi è una riduzione da parte degli organismi decompositori (funghi e batteri) della materia organica in materia inorganica, che così può essere utilizzata dagli organismi autotrofi (le piante).

 

L’insieme di questi due processi è noto come mineralizzazione.

 

Ma quindi l’humus è sempre presente nel terreno?

 

Basta pensarci, i terreni non sono tutti uguali, pensiamo al giardino di casa, al campo agricolo, al parco oppure al bosco; quindi, nel terreno dove si forma l’humus il processo di mineralizzazione avviene più lentamente ed è in equilibrio con un altro processo biochimico noto appunto come processo di umificazione. In questo processo la materia organica, invece di essere convertita in materia inorganica è rielaborata in altra materia organica, più stabile. Questo processo avviene maggiormente negli strati superficiali del terreno ed è fortemente influenzato dai fattori ambientali: temperatura, umidità e pH.

 

È facile capire quindi, come l’humus non sia sempre presenti in tutti i terreni e non sia sempre uguale ma si differenzia appunto in base alle caratteristiche ambientali in cui si è formato, dai residui di partenza (vegetali e animali) e dalle interazioni biologiche dei differenti gruppi di organismi e microrganismi che coabitano nel suolo.

 

Per questi motivi, è difficile definire l’humus e identificarne nello specifico le caratteristiche.

 

Ma quindi come è stato possibile identificarlo?

 

È molto semplice, gli scienziati hanno utilizzato un metodo molto comune che è quello della solubilità, ovvero vedere cosa succede a differenti valori di pH. Normalmente si utilizza un estrattore alcalino (pH elevato) e si è notato che questo determina una precipitazione, ovvero una parte del nostro campione analizzato si separa e si ottiene quella che viene chiamata umina che risulta essere sempre insolubile sia in soluzione acida che alcalina, strettamente legata alla matrice minerale del terreno ed è la frazione più resistente a qualsiasi altro tipo di degradazione.

Rimane quindi quello che si chiama estratto alcalino composto da acidi umici ed acidi fulvici. Per separarli basta acidificare la soluzione e si nota che a pH <2 i due acidi si separano fisicamente. Questo è dovuto al loro peso molecolare, che può essere accumunato in qualche modo alla diversa grandezza delle molecole. Infatti, gli acidi fulvici sono molto piccoli rispetto agli acidi umici e acidificandosi si aggregano fra di loro formando dei fiocchi che precipitano. In soluzione rimangono quindi gli acidi fulvici.

 

Quindi, ricapitolando, l’humus è composto da umina, acidi umici ed acidi fulvici. L’umina, come dicevamo è molto poco reattiva e quindi poco utilizzata come ammendante, mentre gli acidi umici e fulvici, sono la parte nobile dell’humus, in grado di influenzare il sistema terreno/pianta svolgendo un’azione ammendante e di forte stimolazione dell’attività microbica del suolo.

 

Vediamo un po’ alcune delle proprietà benefiche dell’humus:

 

Influenza sulla fertilità del suolo

■ Fonte di energia: le sostante umiche sono ricche di carbonio che è la fonte primaria di energia per gli organismi benefici del suolo.

■ Migliora la capacità di ritenzione idrica: aiuta a creare una migliore struttura del suolo, ne evita il compattamento e l’acqua avrà una maggiore capacità di penetrare al suo interno e di essere trattenuta

■ Risanamento: grazie alle cariche elettriche sulla sua superficie è in grado di attrarre e inattivare i pesticidi e legare i metalli pesanti (mercurio, piombo e cadmio) rendendoli meno disponibili per essere assorbiti dalle piante.

■ Neutralizza il pH: tende a portare il pH intorno alla neutralità (7) in modo che molti microelementi non disponibili a pH troppo estremi diventino nuovamente disponibili per le piante.

■ Proprietà isolanti: tende a stabilizzare la temperatura del suolo, soprattutto durante rapidi cambiamenti climatici (ondate di freddo o di calore), rallentando conseguentemente il tasso di evaporazione dell’acqua.

 

Influenza sulla crescita e sviluppo della pianta

■ Aumenta l’efficienza dei fertilizzanti (NPK Ca Mg): perché ne impedisce la lisciviazione e conseguente risparmio di prodotti.

■ Migliora la germinazione: semi trattati con soluzioni contenenti acidi umici e fulvici presentano una maggiore germinabilità.

■ Migliora l’apparato radicale: miscele di acidi umici e fulvici, soprattutto in basse concentrazioni, permettano di avere radici più pesanti dal 20 al 50%.

■ Fertilizzante fogliare: è stato anche dimostrato che i concimi fogliari contenenti NPK e altri microelementi insieme agli acidi umici e fulvici siano tra 100-500% più efficienti rispetto alle applicazioni di fertilizzanti simili.

■ Migliora la traslocazione dei nutrimenti: gli acidi umici e fulvici hanno effetti sulle membrane cellulari. Infatti gli elementi minerali si spostano all’interno della pianta attraversando queste membrane, gli acidi umici e fulvici ne facilitano il passaggio, con conseguente aumento di trasporto dei nutrienti i verso luoghi con maggiore necessità metabolica che altro non sono che gli organi in accrescimento: giovani foglie, fiori e frutti.

■ Aumento della clorofilla: quando gli acidi umici e fulvici sono applicati alle foglie il contenuto in clorofilla aumenta, quindi più clorofilla, più fotosintesi e di conseguenza una pianta più produttiva.

 

Adesso dopo questa panoramica sull’humus e la sua composizione è facile comprendere cosa sia l’humus di lombrico: infatti altro non è che humus prodotto principalmente dalla digestione ad opera dei lombrichi (Eisenia fetida) e per questo viene chiamato vermicompost. Ma per chi lo produce è anche importante la fonte primaria dei residui di partenza. Si predilige il letame maturo, stagionato almeno 6 mesi, di origine equina o bovina. In questo modo è possibile ottenere un humus di primissima qualità, molto ricco di nutrienti prontamente disponibili per le nostre piante.

In commercio quindi troveremo sia prodotti liquidi, da miscelare alla nostra acqua d’irrigazione di acidi umici e fulvici ma anche prodotti solidi, come humus di lombrico, che sarà possibile utilizzare come ammendante quando prepariamo i nostri vasi o stiamo preparando il terreno per la semina o per mettere a dimora nuove piantine. Se abbiamo già le piante nel nostro giardino, nessun problema, sarà sufficiente smuovere i primi 10-15cm di suolo al massimo, incorporare l’humus di lombrico e fare seguire da un’innaffiatura abbondante.

 

Con l’humus di lombrico è possibile realizzare il compost tea. Basta inserire l’humus in un contenitore a maglia molto fine, metterlo a mollo nell’acqua e accendere l’aeratore per tenere sempre in movimento la soluzione per 24 ore. Togliere la schiuma che si forma in superficie e utilizzare il thè come acqua d’irrigazione o per un’applicazione fogliare.

 

Per concludere, un piccolo approfondimento più tecnico che può interessare soprattutto i produttori di canapa legale.

 

Infatti, abbiamo visto tutti i vantaggi apportati dalle sostanze umiche e ci sono tantissimi studi che li confermano e quindi li consideriamo più che validi, però è stato dato un po’ per scontato che influenzassero positivamente anche i metaboliti secondari (ovvero i principi attivi) delle piante medicinali ma per quanto riguarda la canapa non c’erano studi a riguardo.

 

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Lo studio dell'Università di Gerusalemme citato nel testo

 

Qualche anno fa però, la facoltà di agricoltura dell’Università di Gerusalemme (ricordiamo che Israele è uno dei più grandi produttori di cannabis terapeutica) ha proprio testato l’influenza dell’acido umico sulla produzione dei metaboliti secondari nella cannabis ottenendo il contrario di quello che speravano: ovvero i livelli di CBG, CBD e THC si sono abbassati anche del 30% ma non in tutta la piante ma solo nella parte apicale, che lo ricordiamo, è quella con i più alti livelli di principi attivi. Questo può comunque essere interessante per i produttori di CBD perché permette di avere una pianta con valori di CBD e THC più omogenei e può essere utile a fini commerciali per chi deve distribuire il proprio prodotto.

 

Gli stessi ricercatori dicono chiaramente che gli effetti degli acidi umici meritano ulteriori approfondimenti e successivi studi, perché un’altra cosa che è stato notata, è che aumentano i livelli di terpeni, e quindi è possibile avere delle infiorescenze con delle caratteristiche organolettiche superiori.

 

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

 

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L'ALGA DI KELP

 

Si trovano sempre più prodotti a base di alghe ma spesso ci chiedete proprio l’alga di Kelp, ma cos’ha di così speciale quest’alga?

 

In realtà con il termine Kelp ci si riferisce ad un gruppo di alghe in particolare, che comprende circa un centinaio di specie che sono spesso conosciute col nome comune di "laminarie" oppure con il termine inglese Kelp.

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Alga di Kelp

 

Quindi in realtà il termine Kelp è praticamente un sinonimo di alga e nello specifico si riferisce a queste alghe brune, che crescono lungo le sponde degli oceani e sono davvero molto grandi! Per dare un’idea, la più grande in assoluto, la Macrocystis pyrifera può raggiungere i 45 metri di lunghezza! Riescono poi a creare dei veri e propri ecosistemi tanto che si parla di foreste di Kelp.

 

Puoi saperne di più sulle alghe di Kelp anche grazie al nostro canale YouTube!

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Queste alghe ci possono sembrare così strane ma in realtà, le conosciamo tutti benissimo: ne fanno parte, ad esempio l’alga kombu e l’alga wakame entrambe utilizzate nella preparazione di piatti tipici della cucina orientale. L’utilizzo che a noi più interessa di queste alghe è proprio quello della nutrizione delle piante. Però a parte l’apporto dei soliti nutrienti NPK la cosa che le rende così utilizzate è proprio la loro composizione.

 

Sono infatti molto ricche di aminoacidi, vitamine, citochinine, auxine e acido abscissico (questi tre sono appunto degli ormoni o meglio fitormoni visto che sono specifici dei vegetali) che si comportano come promotori dello sviluppo della pianta.

 

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Benefici dell'alga di Kelp

 

Questo cosa vuol dire? Semplice, si avrà una migliore crescita delle radici e dei germogli. Inoltre, influenzano il tempo di fioritura (attenzione non accorciano la fioritura, ma siccome per iniziare la fase di fioritura le piante hanno bisogno di un equilibrio ormonale corretto queste alghe possono favorirlo), poi aumentano il contenuto di clorofilla e come sappiamo più clorofilla è uguale a più fotosintesi e maggiore produttività.

 

Come se già tutto questo non bastasse, le alghe marine hanno anche un'attività diretta nella protezione delle piante contro i patogeni, perché promuovono la produzione di molecole in grado di indurre resistenza nelle piante; che detto in parole semplici vuol dire far produrre alla pianta delle molecole che lavorano in maniera simile agli anticorpi ovvero permettono alla pianta di alzare le sue difese rapidamente quando è sotto attacco.

 

Inoltre, è stato riportato che l'applicazione di estratti di alghe migliora la tolleranza delle colture a condizioni ambientali e del suolo sfavorevoli come stress termico e siccità. Quindi insomma, sono dei veri e propri stimolatori per le nostre piante.

 

Le alghe più studiate ed utilizzate in agricoltura sono fondamentalmente due:

 

■ L'Ascophyllum nodosum è un'alga che prolifera sulle coste dell'oceano Atlantico conosciuta anche come "Alga Norvegese" per la sua enorme diffusione in quest'area. È inoltre presente sulle coste dell'Europa nord-occidentale, nell'Est della Groenlandia e sulle coste orientali del Nord America.

■ L'Ecklonia maxima è chiamata anche bambù marino, è una specie di alga originaria degli oceani meridionali. Si trova tipicamente lungo la costa atlantica meridionale dell'Africa, dall'estremo sud del Sud Africa al nord della Namibia.

 

Normalmente, in commercio, si trovano degli estratti di queste alghe sia solidi che liquidi che si possono miscelare al terreno o nell’acqua d’irrigazione oppure somministrare per via fogliare.

 

Quindi, le alghe di Kelp, sono un ottimo prodotto naturale per le nostre piante che possiamo somministrare con regolarità, perché oltre ad apportare nutrienti svolgono una vera e proprio stimolazione sulle nostre piante, per piante più vigorose e abbondanti fioriture.

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

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CHE COS'È IL GUANO

 

Il guano è formato dall’accumularsi delle deiezioni di diversi animali come uccelli marini e i pipistrelli. Insieme alle deiezioni ci sono anche residui di gusci d’uovo, le carcasse di animali e il materiale roccioso su cui si deposita.

 

I diversi tipi di guano sono classificati in base all’età (ovviamente ci sono quelli freschi e quelli depositati in epoche passate), alle specie animali che lo producono (uccelli marini, pipistrelli) e alla composizione chimica. Infatti, si distinguono due tipi di guano: quelli ricchi in azoto e quelli ricchi in fosforo.

 

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Habitat uccelli marini

 

Questo dipende sia dalle specie differenti di animali che lo producono ma anche all’interno della stessa specie, dalla differente dieta e dai diversi habitat su cui si deposita.

 

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Habitat pipistrelli

 

Ad esempio, la composizione del guano di pipistrello varia in base alle diete. Ci sono infatti pipistrelli insettivori, frugivori (frutta e bacche) e sanguivori. Uno studio ha evidenziato che i tre non differivano significativamente nel contenuto di materia organica ma i sanguivori e gli insettivori avevano un più alto contenuto di azoto rispetto ai frugivori che avevano, invece, un più alto contenuto di fosforo.

 

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Differenze data dalla dieta

 

Il vostro fidato "Doc" vi parla del guano e dei suoi vantaggi sul nostro canale Youtube, non perdetevelo!

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Per queste caratteristiche, il guano è un fertilizzante organico altamente efficace grazie al suo contenuto elevato di azoto, fosforo, potassio e altri elementi essenziali per la crescita delle piante, ma ha anche altre proprietà:

 

■ Miglioramento del suolo: è un ammendante per il terreno, aiuta a rendere più leggeri i terreni densi, migliorandone il drenaggio e grazie all’apporto di sostanza organica umificata, migliora la struttura dei terreni sciolti. Inoltre, il guano contiene numerosi elementi chelati, restando persistente molto più a lungo dei fertilizzanti inorganici che vengono lavati via dopo un solo giorno di pioggia.

■ Microrganismi: è ricco di microrganismi, che sono i responsabili della degradazione della sostanza organica nelle caverne dove il guano si deposita, che anche nel suolo, mineralizzano altri componenti del terreno trasformandoli in sostanze nutritive per le piante.

■ Fungicida e insetticida: sempre grazie all’elevata presenza di microrganismi ha anche delle proprietà fungicide. Questi microrganismi, presenti all’interno dell’intestino dei loro ospiti, sono in grado di degradare la chitina di cui questi insetti sono composti. I funghi sono anch’essi composti in parte da chitina, quindi gli enzimi prodotti dai microrganismi presenti nel guano riescono a degradare la parete cellulare dei funghi inattivandoli, esercitando anche un’azione abbattente nei confronti dei nematodi.

 

Il guano normalmente si presenta sotto forma di polvere o di pellet e può essere miscelato direttamente nel terreno oppure applicato in top dressing, ovvero in superficie intorno ai fusti delle piante e facendo seguire il tutto da un’abbondante innaffiatura.

 

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Come si presenta il guano

 

Compost Tea: è anche possibile preparare un thè con guano da nebulizzare sulle piante oppure anche come soluzione nutritiva. Per farlo, raccogliere circa 300 grammi di guano in una garza filtrante e immergerlo in 4 litri di acqua per almeno tre giorni, quindi usare il thè ottenuto per fertilizzare le piante.

 

Insomma, ci sono veramente tanti tipi diversi di guano, ma è importante acquistare quelli raccolti in modo sostenibile, sia nei confronti degli animali che lo producono che del loro habitat.

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

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MISURARE PH ED EC COL METODO POUR THRU

 

 

Se vi siete mai chiesti quali siano il pH e l’EC del vostro substrato nel corso di una coltivazione, questo è l’articolo che fa per voi.

 

Prima di tutto ricordiamo che ci sono diversi metodi per misurare il pH e l’EC del substrato. Ci sono degli strumenti dedicati, di solito costosi, oppure si può prelevare una parte del terreno, diluirla in acqua e filtrarla. Metodo affidabile ma non proprio semplice. In questo video vi faremo vedere il metodo Pour Through (detto anche Pour Thru), che è molto semplice e anche abbastanza veloce e affidabile tanto che il protocollo è disponibile sul sito della Cornell University e Purdue University.

 

 

Puoi approfondire questo semplice e economico metodo di misurazione dei parametri pH e EC del substrato anche guardando il video dedicato sul canale YouTube di MyGrass.

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È importante conoscere i parametri di EC e pH dei substrati durante il ciclo di coltivazione, per stimare se vengono forniti abbastanza sali fertilizzanti e per determinare se i nutrienti presenti nel terreno sono in una forma facilmente disponibile per essere assorbiti dalle radici. I valori forniscono indizi sulle prestazioni di una coltura prima che compaiano sintomi di carenza o tossicità.

 

Ricordiamo che la conducibilità elettrica (EC) misura, attraverso il passaggio della corrente elettrica in una soluzione, i sali totali disciolti. Maggiore è l’EC, più facile è per la corrente elettrica passare attraverso la soluzione. Non tutti i sali sono ovviamente fertilizzanti, quindi questa misurazione non fornisce dettagli sul tipo o sulla quantità di ciascun sale presente.

Se però l’EC è basso significa che le piante non stanno ricevendo abbastanza fertilizzanti e possiamo quindi aumentarne la dose, se invece è troppo alta significa che ne abbiamo somministrati troppi.

 

Questo può essere dovuto a varie cause:

■ La lisciviazione durante l'irrigazione è insufficiente.

■ La quantità di fertilizzante applicata è maggiore di quanto è richiesto dalla pianta.

■ L'acqua di irrigazione contiene un'elevata quantità di elementi disciolti.

 

Bisogna cercare di individuare una possibile causa e sistemarla per evitare lo stesso errore nel ciclo di coltivazione successivo.

 

Il pH invece influisce sulla capacità dei nutrienti di dissolversi in acqua (solubilità) ed è molto importante perché le radici delle piante possono assorbire solo gli elementi che sono effettivamente disciolti in soluzione. Come riferimento si può tenere presente un pH compreso tra 5,5 e 6,5, dentro questo range le piante riusciranno ad assorbire i vari nutrienti minerali a livelli adeguati.

 

Durante la coltivazione il pH del substrato tenderà a cambiare e i fattori che maggiormente ne influenzano il cambiamento sono quattro:

■ Le componenti iniziali e gli ammendanti presenti nel substrato.

■ L'alcalinità dell'acqua di irrigazione.

■ Il fertilizzante.

■ Le specie coltivate.

 

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Solubilità dei nutrienti nei substrati in vaso

 

Ovviamente durante una coltivazione la specie coltivata o il substrato non si possono cambiare, ma si possono adeguare le innaffiature e le concimazioni.

 

 

Quindi cominciamo e vediamo cosa ci serve per il metodo Pour Thru

■ Una pianta in vaso

■ Acqua

■ Acqua distillata

■ Un contenitore graduato di almeno 50ml

■ Misuratori per il pH e l’EC.

 

Passaggi per il metodo Pour Thru

1) Bagnare il vaso a saturazione, in modo che dal fondo del vaso esca circa il 10% d’acqua di irrigazione.

2) Dopo che il contenitore si è svuotato per un'ora, posizionare un sottovaso.

3) Versare abbastanza acqua distillata nel vaso per far uscire 50 ml di percolato nel sottovaso.

4) Raccogliere il percolato per i test di pH e EC.

5) Calibrare i misuratori di pH e EC.

6) Misurare il pH e l'EC dei campioni

 

Iniziamo innaffiando la pianta a saturazione, cioè fino a fare scolare l’acqua nel sottovaso.

Se fertilizziamo frequentemente possiamo dare la soluzione abituale, se invece fertilizziamo saltuariamente sarà sufficiente somministrare dell’acqua, dopodiché aspettare dai 30 minuti ad 1 ora. Distribuire acqua distillata fino ad ottenere 50 millilitri di percolato (l’acqua che esce dal vaso).

 

Per un vaso da 9 litri ci vogliono circa 260-270 millilitri.

Ottenuto il percolato lo raccogliamo e siamo pronti per misurarne il pH e l’EC.

 

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Strumenti di calibrazione e misurazione

 

Adesso siamo certi che molti di voi utilizzeranno questo metodo quando avranno dei problemi visibili sulle piante, ma il consiglio è di utilizzarlo periodicamente (una volta la settimana) e di prendere nota dei valori che otterrete per avere un andamento dei parametri delle vostre coltivazioni, così che potrete correggere le irrigazioni e le fertilizzazioni nei cicli successivi per avvicinarvi il più possibile alle reali richieste nutrizionali delle vostre piante ottenendo così delle piante sane e produttive.

 

 

Online è possibile trovare dei valori di riferimento per tantissime specie coltivate in modo da correggere i valori misurati in relazione ai parametri ottimali delle nostre piante.

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

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COME COMBATTERE LA MUFFA GRIGIA O BOTRITE

 

Muffa grigia o botrite | Famiglia: Sclerotiniaceae

 

FATTORI PREDISPONENTI

Il fungo portatore della Botrite colpisce tantissime tipologie di vegetali, infettando indistintamente frutti, fiori, piante ornamentali e piante da ortaggi. Le principali cause della formazione di questo agente patogeno nelle piante è prima di tutto una condizione climatica favorevole: la Botrytis cinerea, questo il nome del fungo portatore della patologia, è avvantaggiata in ambienti particolarmente umidi e freschi. Un altra causa non naturale, ma realizzata dall’intervento umano, è una sconsiderata dose d’acqua. Innaffiare oltre il necessario le piante ha come conseguenza che l’acqua non assorbita dal terreno ristagni e diventi l’habitat ideale per la formazione di funghi o infezioni all’interno del substrato di coltivazione.

 

 

Botrite MyGrass Botrite MyGrass

 

COME RICONOSCERLA

La Botrite viene anche chiamata muffa grigia, in quanto i sintomi che compaiono sulla struttura della pianta dopo l’attacco dell’agente patogeno consistono di macchie grigie, talvolta molto scure quasi tendenti al nero, sulle foglie e sui germogli della pianta. Successivamente vengono attaccate le parti meno giovani della struttura vegetale.

 

 

PRODOTTO CONSIGLIATO

■ AGROBACTERIAS AMANITHA (consentito in agricoltura biologica)

 

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

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IL MARCIUME DEL COLLETTO

 

FATTORI PREDISPONENTI

Il fattore predisponente allo sviluppo di questo fungo è la forte umidità, quindi i terreni pesanti e scarsamente drenanti sono quelli in cui è più possibile che si presenti la malattia. I terreni argillosi o limosi permettono una conservazione dell’inoculo più duratura rispetto ai terreni sabbiosi, in quanto in questi ultimi i propaguli vengono facilmente dilavati e portati in profondità dall’acqua.

 

In genere il pH è un fattore importante per la repressività poiché terreni acidi inibiscono lo sviluppo del patogeno.

 

La penetrazione nell’ospite avviene a temperature comprese tra 10 e 30 °C; in seguito la temperatura ottimale per lo sviluppo all’interno dell’ospite è 21 °C. In genere questi primi attacchi non sono preoccupanti, ma se si susseguono condizioni di elevata umidità relativa e temperatura tra 10 e 24 °C le infezioni possono propagarsi molto rapidamente. Il periodo di incubazione varia da 2 a 6 giorni, a seconda delle condizioni ambientali e della sensibilità della cutivar.

 

 

Marciume del colletto MyGrass

 

 

COME RICONOSCERLO

I sintomi si manifestano su tutti gli organi della pianta e possono portare alla perdita completa della produzione. Sulle foglie, inizialmente compaiono delle aree decolorate che tendono ad inscurire assumendo una colorazione prima verde scuro e poi brunastra. In corrispondenza di queste macchie, in condizioni termoigrometriche ideali, nella pagina inferiore può comparire una muffetta biancastra costituita dagli sporangiofori del patogeno. Le macchie possono ingrandirsi, confluire e portare al disseccamento dell’intero lembo fogliare. Sui fusti compaiono macchie irregolari, con perdita di turgore e successiva rottura del fusto.

 

 

PRODOTTO CONSIGLIATO

■ AGROBACTERIAS MUSKARIA (consentito in agricoltura biologica)

 

 

A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

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COME ELIMINARE LA FUMAGGINE RIMEDI E CONSIGLI

 

Fumaggine | Famiglia: Capnodiaceae

 

FATTORI PREDISPONENTI

Le principali cause di formazione della fumaggine sono una scarsa aerazione, la presenza della melata e un grado d’umidità abbastanza elevato. Se l’attacco avviene quando le piante sono in fiore o in frutto si assiste ad una diminuzione dell’attività produttiva. In più le piante che presentano questa malattia fungina sono soggette con facilità ad altri attacchi parassitari.

 

 

Fumaggine MyGrass Fumaggine MyGrass

 

COME RICONOSCERLA

La fumaggine è una malattia fungina causata da funghi saprofiti che non attaccano la pianta ma si nutrono di una sostanza zuccherina, la melata, normalmente prodotta dai più comuni parassiti. E’ molto semplice riconoscere gli attacchi di fumaggine perché sono caratterizzati da uno strato polveroso, molto simile alla fuliggine, depositato sul fogliame e sui germogli degli esemplari colpiti. La conseguenza più evidente di questa malattia è l’indebolimento della pianta, causato in particolare perché questo strato scuro di polvere impedisce il normale apporto di luce solare e altre funzioni vitali, come la respirazione e la traspirazione fogliare.

 

 

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A cura del Dott. in Scienze Agrarie Alessandro Maggioni

 

 

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MUFFA BIANCA APPICCICOSA SULLE PIANTE: COME ELIMINARE L'OIDIO

 

Oidio o muffa bianca | Famiglia: Erysiphaceae

 

FATTORI PREDISPONENTI

La propagazione dell’oidio avviene prevalentemente attraverso le conidiospore e quindi con la riproduzione asessuata. Le condizioni ambientali favorevoli alla moltiplicazione sono le temperature moderate, con optimum a 20-22 °C, minimi termici a 3-4 °C e massimi a 32-34 °C e, secondo le specie, una moderata umidità relativa. I mal bianchi si sviluppano perciò generalmente in primavera e all’inizio dell’estate, soprattutto in relazione all’intensa attività vegetativa delle piante ospiti. La diffusione delle spore è favorita dal vento, mentre le piogge abbondanti hanno un effetto contrastante in quanto provocano il dilavamento dei miceli dalle foglie.

 

 

Oidio MyGrass Oidio MyGrass Oidio MyGrass

 

COME RICONOSCERLO

L’oidio può infettare tutti gli organi verdi delle piante causando i danni maggiori sulle infiorescenze. I primi sintomi visibili sulle foglie consistono in piccole macchie giallastre traslucide che, col tempo, possono interessare totalmente o in parte la superficie fogliare, impedendone lo sviluppo e causando increspature e tacche necrotiche brunastre; in corrispondenza dei sintomi la foglia viene ricoperta dal caratteristico micelio fungino di colore bianco-grigiastro. Il micelio può ricoprire totalmente il germoglio che assume una colorazione biancastra con il lembo fogliare ripiegato verso l’alto e viene detto “bandiera”.

 

 

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